A corte erano tutti molto nervosi.
Arrivava nella sala del trono il Gran Cancelliere
e con un profondo inchino diceva alla Regina:
“Altezza Serenissima, ecco a Voi l’ambasciatore del Portogallo!”
e quella secca:
“Merda!”
Arrivava il Gran Ciambellano e diceva facendo una gran riverenza:
“Maestà augustissima, le presento i miei omaggi…”
E lei dura:
“Merda!”
“…e quelli di tutta la corte”
“Ri merda!”
I cortigiani non ne potevano più, era tutto un mordersi la lingua
per non dover dire spropositi. Ai balli di gala i dignitari stavano ore impalati e verdi di bile,
le donne erano talmente invelenite che avrebbero cavato gli occhi a tutta la famiglia reale;
ma il re era talmente felice che non si accorgeva di nulla.
Una domenica, la regina andò alla messa e al passare del sacrestano
per la questua si accorse di non avere soldi e allora
si sfilò l’anello
e lo mise nella cassettina.
Tornato in sacrestia lo scaccino si mise a contare i soldi
e visto l’anello se lo mise velocemente al dito,
proprio mentre arrivava il vescovo che gli domandò:
“Cosa c’era oggi; Gervasio, nella bussola?”
“Merda”
“Villanzone, sei impazzito? E cos’è quell’anello che hai al dito? Dammelo subito”
“Merda”
Il vescovo gli affibbiò un ceffone e gli prese l’anello, guardandolo ammirato disse:
“Questo proprio mi ci voleva… mi starà benissimo”
Se lo infilò e pavoneggiandosi nei paramenti della festa, salì sul pulpito per fare la predica.
Tossì, alzò le braccia, sorrise, ma quando fu per dire: Fratelli beneamati e carissimi…
cominciò un altro discorso e disse:
“Merda merda merda merda…”
La gente si smascellava dalle risate, i chierichetti si rotolavano per terra,
le monache si guardavano smarrite… Il povero vescovo andava avanti come se nulla fosse,
finchè dovettero tirarlo giù e portarlo a braccia in sacrestia
dove un prete gli fece un esorcismo;
ma ad ogni scongiuro e ad ogni maledizione quello rispondeva sempre con lo stesso ritornello.
Intanto la regina tornata al palazzo aveva cominciato a parlare normalmente
e subito divenne una sovrana amata da tutti.
Invece il povero vescovo dovette fare digiuni, penitenze,mesi di carcere,
finchè fu dichiarato pazzo, spogliato della sua carica e
cacciato dal palazzo vescovile, come un vagabondo.
Il poveretto si mise a chiedere l’elemosina, ma la vita era grama,
perché quando qualcuno gli regalava qualcosa,
invece di ringraziare, diceva sempre: “ Merda”
E allora lo prendevano a bastonate inseguendolo nei campi.
Quando arrivò l’inverno la vita era ancora più dura e offrì l’unica cosa che gli era rimasta,
l’anello, ad un mercante, che essendo volpe fina
lo pagò con tante chiacchiere e pochi quattrini.
Ma se il poveretto cominciò subito a parlare come un avvocato,
meravigliando tutti per la grande dottrina, il mercante ebbe una brutta sorpresa.
Quando il mattino seguente alla fiera ebbe steso sul banco la sua mercanzia,
invece di gridare: Merce, bella merce, signori… disse:
“Merda, bella merda, signori…”
La gente lo stette a sentire, si mise a ridere,
gli disse di farla finita poi qualcuno cominciò a protestare:
“ma questo ci prende tutti in giro!”
Allora alcuni presero sassi e bastoni, gli rovesciarono il banco e,
dandogliele più che potevano, lo cacciarono malconcio fuori dalla città.
Pesto, stracciato e a mani vuote il mercante prese la strada di casa.
Venuta la notte, fu assalito da un malandrino che gli puntò al petto un trombone,
gli tolse il resto dei panni che aveva e sentendo che quello balbettava:
“Merda merda…” lo bastonò di santa ragione
Vedendo che aveva al dito un anello glielo tolse e se lo mise al dito.
Quando a mezzanotte la banda dei malandrini
si ritrovò sul Ponte dell’Asino per dividersi il frutto delle ruberie,
il capo chiese a tutti che bottino avevano fatto.
Uno aveva una borsa di monete, uno un orologio d’oro, uno un portafoglio.
Alla fine il capo chiese a quello che aveva l’anello:
“E tu cosa mi hai portato di bello?”
“merda”
“Diavolo – urlò il capobanda – mi prendi per un babbeo? Cosa credi che io sia?”
“Merda”
“Ah, sangue di bòtte, te lo insegno io cosa sono, corpo d’una saetta…”
Nel dire questo gli avventò un tale pugno che il brigante finì fuori del parapetto e cadde nel fiume.
Sotto il ponte c’era il diavolo che lo prese al volo e lo portò dritto all’inferno.
Ora nel viaggio si accorse che il dannato aveva al dito quel magnifico anello,
lo prese e se lo mise subito al dito.
Così se lo mise e andò a presentarsi a Satanasso,
che quel giorno aveva la luna di traverso perché il camino della fornace non tirava bene.
Satanasso chiese:
“com’è la situazione sulla terra?”
“Merda!”
“Me lo immaginavo: qui non ne va più bene una. E cos’hai da offrirmi ribaldo?”
“Merda”
“Hai voglia di scherzare? – domandò Satanasso dandogli una forconata nei denti – se mi salta il ticchio sai cosa faccio?”
“Merda”
“Ora ti aggiusto io.. “ prese il trono per romperglielo sulla schiena, quando vide l’anello che aveva al dito e ordinò:
“Dammi l’anello”
“Merda” rispose il diavolo.
Il sovrano andò su tutte le furie: volavano per l’inferno forconi, caldaie, tenaglie,
ranfi, attizzatoi e soffietti. Nel gran trambusto Satanasso s’impadronì dell’anello e se lo mise al dito.
E allora apriti cielo! Merda di qua, merda di là, merda di sopra, merda di sotto:
gli ordini erano quelli, le risposte quelle, i discorsi erano quelli e nessuno ci capiva più nulla.
Siccome Satanasso non si è ancora levato l’anello, all’inferno si parla male e c’è sempre quella confusione che c’è!